RITRATTO DI FAMILIARITA’
2020 – 2021

 

Progetto fotografico presentato per  Ph.ocus_About Photography PARATISSIMA Torino 2021 a cura di Laura Tota Ritratto di familiarità vuole essere una narrazione visiva, che attraverso un collage temporale, indaga l’aspetto più intimo della fotografi e per me quello più importante, ovvero quello di poterci rivelare l’invisibile e parlarci nel profondo. La selezione di immagini signifiative della mia vita abbinate ad alcune scartate da progetti o parte di personali ricerche, vogliono esprimere questo concetto e far spazio al grande valore che la fotografi “non condivisa” ha intrinsecamente, un potere curativo e terapeutico potentissimo a disposizione di noi tutti.

 

Francesca Cristin, 2020 – 2021

“[…] Tutti siamo affascinati dalle fotografie. Sono un attrattiva universale. Non nascono dal nulla ma sono un prodotto della vita e come tali portano con sé una serie di implicazioni. […] I bambini amano le fotografie perché in esse possono trovare il loro riflesso. Il riflesso è una conferma: di loro stessi e della loro identità. Questo loro rifelttersi è centrale nello sviluppo del Sé. “La madre guarda il bambino che ha tra le braccia ed il bambino guarda il volto della madre e in questa trova se stesso.”   […] Non essere visti o essere ignorati è un’esperienza estremamente angosciante. Nelle immagini scegliamo quelle che ci rispecchiano di più e le mostriamo agli altri per cercare approvazione e riconoscimento. Sono anche conferma del fatto che siamo esistiti. […]” “[…] Le immagini del proprio viso hanno per tutti un’importanza particolare. La maggior parte di noi vuole avere fotografie di sé: quando ci viene mostrata una foto di gruppo quasi tutti cerchiamo subito la nostra faccia. Quando fu inventato il dagherrotipo, veniva usato soprattutto per fotografare facce. Le persone volevano fissare la loro immagine ai posteri, per darsi un qualche tipo di riconoscimento e di importanza nel mondo, per fissare e conservare per sempre il loro essere. Molte volte, tuttavia, la fotografia “non viene bene”. L’immagine che ci propone ci sorprende e non la riconosciamo come nostra. Forse questo è dovuto al fatto che non è conforme all’immagine interiorizzata ideale che abbiano di noi.[…]”


Testi estratti dal libro  “La fototerapia in psicologia clinica” di Linda Berman – 1993 

Autoritratto e vaso con foglia – Parte del progetto personale work in progress “SELF – PORTRAIT INSTANT” , Tutto ciò che avviene in un istante “ – Polaroid Fujifilm 2016

Fototessere o autoritratto di mio padre Rino a 18 anni – 1964

Mia madre Paola – Foto in bianco e nero – 1970

“[…] Qual’ è allora una “bella fotografi”? Una che mette in buona luce?
E cosa vuol dire? Ho sentito persone parlare così di una fotografi “brutta”: “Non mi rende giustizia”. Ma la macchina fotografia ci deve rendere giustizia?
Queste sono soltanto alcune delle questioni che possono emergere esaminando le nostre storie fotografihe.
In primo luogo occorre esaminare gli “aborti”, quelle fotografi che nascondiamo, censuriamo, strappiamo o buttiamo via.
Soltanto allora riusciremo ad affrontare gli aspetti severi della visione di noi stessi. […] Per conoscerci meglio dobbiamo essere disposti a correre il rischio di essere visti, e forse fotografati, in tutti i nostri aspetti e a considerare obiettivamente l’immagine ideale alla quale siamo forse aggrappati.[…]”

 

Testi estratti dal libro “La fototerapia in psicologia clinica” di Linda Berman – 1993

 

Foto tratta dal matrimonio dei miei genitori  – Kodak a colori – 10 settembre 1983

Autoritratto inedito realizzato durante il workshop “The Self-Portrait Experience” di Cristina Nunez – 2015

Foto scartata dal progetto “Cara [mia] pelle dimenticata”  –  2014

Kodak disc film – foto di famiglia realizzate da mio padre – 1990 *il piccolo rullino contiene 15 foto della mia famiglia in vari momenti di vita e vacanza realizzati da mio padre durante gli anni ‘90

Ritratto di mia sorella Elisabetta, Polaroid a colori – 2011

Il mio mare, Polaroid a colori – 2020

concetto della ricerca

 

“La grande potenza e forza delle immagini fotografiche è, a mio parere, la possibilità di indagine intima di noi, dell’altro e della nostra storia anche nel momento stesso in cui la stiamo vivendo. Ma ancora di più questo aspetto è presente, paradossalmente, nelle foto scartate ed in quelle che tendiamo a nascondere agli altri e che non vogliamo far vedere a nessuno, nemmeno a noi stessi. Le foto non condivise, per esempio quelle dell’infanzia dove eravamo piccoli e bruttini, o del primo giorno di scuola dove siamo in imbarazzo impacchettati dentro il grembiule nero e come dei soldatini sorridiamo immobili per compiacere i nostri genitori. Oppure quelle dei nostri viaggi, dove i paesaggi sono sfuocati ma densi di signifiati personali, o ancora quelle di still life mosse con molti errori di esposizione o dell’inquadratura. 

Se solo si indagasse con più coraggio in questi “scarti” si potrebbero rivelare a noi preziosi dettagli dove risiede l’essenziale che spesso sfugge e che invece può dirci molto, soprattutto della nostra vita. Quello che la fotografia ci può donare, silenziosamente, è questa enorme possibilità di indagare noi stessi e scoprire la nostra identità, autentica e mutevole al tempo stesso. 

Viviamo sommersi da miliardi di immagini che ogni giorno ci attraversano così velocemente e sono la propaganda di un noi che deve essere accettabile ed accettato in una società rapida che non ha il tempo di soffermare lo sguardo per andare al di là. Ma essere visti da tutti oggi è quindi esistere anche per sé stessi?

Esistiamo nelle foto che pubblichiamo e condividiamo, ma se non lo facciamo? Chi siamo? 

Esistiamo ugualmente? 

Così ogni foto, ogni condivisione di immagini non parla forse di quell’attenzione e di quella identità che bramiamo costantemente e ci sfugge ora più che mai? Il desiderio di quello sguardo di “madre” che osservando noi da vicino, ci permette di specchiarsi in lei ed esistere a nostra volta nel suo volto?”